Partito

Nervi saldi!

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I Verdi di Livorno hanno elaborato un documento sulle elezioni. Ve lo presentiamo in forma integrale anche per farvi comprendere lo sforzo di analisi che il Sole che ride sta facendo.

Ci vuole sempre un po’ di tempo per superare gli stati emozionali più forti – specialmente quelli brutti – e per tornare a pensare in modo corretto e, soprattutto, utile.
Incassata la terribile sorpresa della Waterloo elettorale – ed è stata veramente dura! - si ricomincia a ragionare e a lavorare per il futuro.
Le analisi sono già state fatte, forse anche troppe; i più diversi commentatori di ogni testata, di qualsivoglia genere o parte, hanno già rovesciato sullo sciagurato Arcobaleno ogni sorta di commento e di giudizio. Sappiamo ormai tutto: dei voti rastrellati dal PD (e si sapeva sin dall’inizio), di quelli finiti alla Lega (e questo proprio non ce lo eravamo immaginato), del non voto, dell’antipolitica e del famoso 3% perduto. E poi della campagna elettorale partita in ritardo e condotta con mezzi ed impegno assai modesti e discutibili e dell’atteggiamento dei quattro partiti della sinistra che si sono mostrati quanto mai poco convinti – essi per primi – davanti agli elettori. Tutti hanno pagato caro per la lealtà al governo Prodi che ha prodotto un numero veramente troppo grande di compromessi; troppi per un elettorato che voleva una sinistra al governo. Infine i Verdi hanno subìto per la storia dei rifiuti di Napoli – prima - e per le vicende che hanno portato Pecoraro Scanio sulle prime pagine dei giornali, poi.
Oggi i Comunisti Italiani tuonano contro l’abbandono della falce e martello – cui imputano il disastro – e dichiarano chiusa l’esperienza Arcobaleno. Rifondazione si divide – e di brutto – sull’opportunità dell’alleanza con i partiti minori e c’è chi dice che da soli avrebbero potuto fare molto di più; Bertinotti e Giordano, travolti dalla sconfitta, sono costretti a lasciare. Nella Sinistra Democratica molti, traumatizzati, si pentono dell’avventura scissionista e guardano smarriti al PD.
Ma c’è di peggio. Ammettiamolo, qui tutti ormai sono ambientalisti: dalla Lega al PD, da Calderoli a Letta. Si sciacquano la bocca con parole come “ambiente”, “territorio”, “energia”, “clima”, facendo finta di capirle e persino di crederci. E dobbiamo anche stare a sentire quei sedicenti paladini dell’ambiente – leader di storiche associazioni ecologiste con cui spesso abbiamo avuto a che ridire – che rilasciano interviste parlando dei termovalorizzatori e dei rigassificatori “di cui l’ambiente Italia ha bisogno”, aprendo apertamente alla TAV e, in modo più timido, al nucleare. Anche questo ci ha molto danneggiato: l’ambientalismo peracottaro dei partiti maggiori e l’abiura sfacciata di tanti ecologisti venduti alla carriera politica e, in modo particolare, al PD. Perché, se tutti si occupano dell’ambiente e tutti si danno “tanto da fare” per salvaguardarlo, evidentemente non serve più un partito che abbia proprio questo per scopo centrale e per missione.
In realtà l’elettorato italiano ha ascoltato quello che voleva ascoltare ; la maggioranza dei votanti voleva sentirsi promettere la ripresa economica, la riduzione delle tasse e la famosa sicurezza. Voleva – vuole! - credere di poter continuare a vivere per sempre nel e del consumismo in un mondo in cui le risorse economiche non finiranno mai; e Berlusconi, evidentemente, ha saputo promettere tutto questo meglio di Veltroni, che provava a fare la stessa cosa. La sinistra invece no, non lo poteva fare.
Ma non è la prima volta che accade un terremoto del genere al momento del voto. Per non andare troppo indietro, pensiamo alla Francia del 2002, quando il fronte nazionalista e xenofobo di Le Pen prese il 18% dei voti al primo turno superando i Socialisti e affacciandosi al ballottaggio con buone probabilità di farcela; fortunatamente la legge elettorale francese nulla ha a che veder col ”porcellum” nostrano e i transalpini se la son cavata.
E che dire delle rielezioni di George W. Bush - di cui oggi i sondaggi danno il gradimento più basso nella storia degli USA – e del laburista Tony Blair, in un Regno Unito assolutamente disgustato dalla guerra in Irak e dalle incredibili giustificazioni addotte, in merito alla partecipazione al conflitto, dall’esecutivo? Nei due disgraziati casi in questione gli elettori se li son dovuti tenere i loro “campioni” e guardate cosa ne è venuto fuori.
Nervi saldi amici Verdi che c’è tanto da fare. Assolutamente vietato autoflagellarsi e litigare, o peggio ancora scoraggiarsi e “mollare” la causa dell’ambiente e la lotta politica.
Con la maggioranza che deriva loro da una legge ignobile – che peraltro nessuno ha provato a cambiare – e senza una vera opposizione di sinistra, i partiti del liberismo economico e degli affari saccheggeranno il territorio, edificheranno ecomostri, svenderanno il patrimonio dello Stato e getteranno fumo negli occhi agli elettori con misure demagogiche in materia di immigrazione, di sicurezza e di tasse. Provvedimenti vistosi quanto inutili o decisamente controproducenti, come già la legge Bossi-Fini o quella sulla patente a punti, per intenderci.
C’è da difendere l’acqua dalla privatizzazione e la casa dalla grande speculazione finanziaria internazionale. C’è da difendere il suolo dalla continua aggressione del cemento: dalle terribili “grandi opere”, dai centri commerciali, dai capannoni, dalle seconde e terze case, dalla speculazione edilizia in ogni sua forma e variante. C’è da affrontare la minaccia del riscaldamento globale insieme a quella della rarefazione delle materie prime e dei combustibili fossili. C’è da far capire alla gente che il petrolio potrà solo aumentare di prezzo e che diventerà sempre più difficile mantenere, non solo il macchinone, ma anche l’utilitaria. E che anche il cibo – che viene sempre più da lontano e che viaggia sempre più a lungo – aumenterà di prezzo e diminuirà di quantità. Sta già succedendo in Africa, in Asia e in America Latina e ci sono manifestazioni popolari e disordini in Egitto e in India per il prezzo del riso; ma si pensa sempre che ciò non riguarderà mai noi – i “ricchi” del pianeta – e che, come sempre si sente ripetere, “in qualche modo si farà”. Eppure il pane e la pasta sono cresciuti di prezzo – e tanto – anche in Italia e nel resto d’Europa, così come tutti i cereali e i legumi ; e tutti gli economisti, sia di destra che di sinistra, ammettono che i costi impazziti dell’energia travolgono il prezzo dei generi di prima necessità.
Ci sono “idee forti” nella testa delle persone. Non Dio, Patria e famiglia - quelle della campagna elettorale di Casini - ma forti convinzioni diffuse e radicate: “l’acqua non mancherà mai”, “di petrolio ce n’è ancora per 50 o 70 anni”, “dopo il petrolio ci sarà l’idrogeno” , “la soluzione c’è, basta tornare al nucleare”, “l’energia si farà con i rifiuti e con i termovalorizzatori”, “bisogna fare i rigassificatori – o la TAV – perché il paese ne ha bisogno” e così via. La gente non vuol credere che l’era del consumismo sia agli sgoccioli e che si debba pensare a un domani diverso, senza “SUV” e senza shopping e forse senza tante altre cose. La gente ha paura di perdere quello che molto ama: il centro commerciale, l’outlet, tutto l’hi-tech possibile, il supermercato con la frutta e la verdura fuori stagione, tanta luce, tanta acqua calda e tanto riscaldamento d’inverno o condizionamento d’estate. Così come non vuol credere che il 45% delle riserve di acqua dolce del pianeta se ne sia già andato – con lo scioglimento di quei ghiacci che una volta si chiamavano “eterni” - e che il restante 55% si stia riversando in mare a ritmo crescente. Figuriamoci poi chi mai – persona o governo che sia - vorrà sentirsi dire che il riscaldamento del pianeta è tragicamente aggravato dal continuo aumento dell’immissione di CO2 in atmosfera e che, quindi, è urgente ridurre al minimo tutte le emissioni inquinanti. Parole al vento! Chi cerca di sollevare i problemi e di dare l’allarme passa da catastrofista, da Cassandra o – più popolarmente – da rompicoglioni. Siamo quelli che vogliono frenare il progresso e lo sviluppo, siamo sempre quelli del no; anche quando produciamo dati scientifici inoppugnabili e avanziamo proposte di soluzione tecnologicamente avanzate, economicamente valide e maledettamente concrete.
Dobbiamo trovare il modo di parlare alla gente, di comunicare quello che sta già succedendo e quello che succederà domani, di far capire quello che assolutamente non va fatto e quello che, invece, va fatto subito. Dobbiamo dire che c’è bisogno di treni sì, ma quelli per i pendolari e per le merci, non dell’alta velocità che fa bene solo a chi si aggiudica i relativi appalti. Dobbiamo urlare che il suolo serve per l’agricoltura e per gli alberi, non per i mega parcheggi dei centri commerciali; che le città devono essere concepite e realizzate per viverci e non per morirci; che il paesaggio non è roba per i pittori, ma patrimonio di una cultura e di un popolo oltre che insostituibile risorsa economica del nostro paese; che la sicurezza si fa con l’integrazione e col dialogo interetnico e interculturale assai più che con le forze di polizia; che l’immigrazione è un fatto planetario e inarrestabile e che la società multietnica e multirazziale – piaccia o non piaccia – è il destino di tutti, persino di Borghezio.
Certo non è per nulla facile far capire che la nostra vita - in Italia, in Europa - non è scissa dal destino di quella delle popolazioni africane e asiatiche e che le scelte operate in quei continenti avranno effetto direttamente su di noi. Non è facile spiegare che scegliere la solidarietà invece dell’egoismo non serve solo per sentirsi buoni, ma anche per sopravvivere a mutamenti epocali.
L’autorità democratica si definisce come “la funzione di chi sa le cose nei confronti di chi non le sa”; e potremmo bene aggiungere, “e anche di chi non le vuol sapere”.
Forse si dovrà fare un po’ meno politica – di quella convenzionalmente intesa – e tanta, tanta più cultura. Se un famoso “trombato” alle elezioni – Al Gore – si è riciclato facendo cultura ambientalista – e vediamo dove è arrivato! - forse possiamo raccoglierne l’esempio. Certo non possiamo finanziare un film così bello e importante come il suo, ma possiamo realizzare mille video amatoriali e metterli sul web; e magari diffondere immagini delle Alpi senza ghiacciai o delle spiagge senza più sabbia, mangiata ormai dall’erosione. Possiamo far leva sui temi che le persone realmente “sentono”; le bollette sempre più care, il carovita e le strategie di risparmio domestico, le inaccettabili carenze del trasporto pubblico, i rifiuti, la salute. E poi tanti convegni e tanti dibattiti pubblici, tanto volantinaggio fuori dei supermercati, tante occasioni per promuovere la partecipazione dei cittadini ai temi ambientali e sociali.
E poi?
Troviamoci e discutiamone; tra noi ovviamente , ma anche con tutte le altre forze politiche e sociali che si battono contro lo sfruttamento dell’ambiente, degli esseri umani e degli animali, a partire da quelle che hanno dato vita all’Arcobaleno; con tutti coloro che rifiutano la logica perversa del profitto e l’esclusivo principio dell’ottuso egoismo. Non è certo isolandoci né compiacendoci di condividere le nostre stesse idee al nostro interno che potremo battere l’arroganza dei potenti e la sordità di chi non vuol sentire; c’è un gran bisogno di rispolverare il vecchio sole che ride ma, al tempo stesso, di esplorare tutte le possibili sinergie e tutte le possibili alleanze, perché la sfida è enorme e gli avversari ricchi e potenti.
Le nuove sfide si devono affrontare con nuove idee e nuovi strumenti. La tradizione, l’ideologia e l’esperienza del passato saranno sempre un importante riferimento ma non certo un dogma o uno schema inamovibile; proprio il terremoto elettorale sta facendo emergere quella comunità di intenti e di obiettivi, quella convergenza di idee e di pensiero politico che fino ad oggi è stata inibita dai particolarismi di partito e di sigla. C’è tanta gente che la pensa come noi, nei partiti, nei sindacati, nelle associazioni, nei posti di lavoro, nelle case e nelle famiglie: troviamo il modo, il linguaggio e le occasioni per comunicare con loro.
C’è un appuntamento vicinissimo - quello delle prossime elezioni amministrative - che sarà il terreno su cui ci toccherà di misurarci con il nostro impegno e le nostre reali capacità; perché, messi da parte simboli, ideologismi e assiomi dei vari partiti, si dovrà ricominciare da ciò che si riuscirà concretamente a proporre e pubblicizzare, appunto, con nuove idee e con nuovi strumenti.
Ma anche tornando all’antico, all’origine tradizionalmente federalista dei Verdi, ad una organizzazione piana e non piramidale; a strutture ridisegnate per garantire la massima comunicazione interna e la massima possibile partecipazione degli iscritti alla gestione del partito a tutti i diversi livelli: comunale, provinciale, regionale e nazionale. La nostra politica, la politica dei Verdi dovrà essere sempre più di servizio e sempre più partecipata.

L’Ufficio stampa dei Verdi di Livorno

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